RINO FORMICA: «NANI E BALLERINE? NO, OGGI SOLO INSETTI»

di Federico Novella |

Mi chiede una lettura della situazione politica? E come faccio? Da quando è caduto il muro di Berlino, è caos permanente..

Rino Formica, a 92 anni non ha smarrito l’acutezza del cavallo di razza della prima Repubblica. Peso massimo nel Psi di Bettino Craxi, più volte ministro, uomo di intelligenza finissima, a lui si deve la piu cruda definizione della politica italiana: «Sangue e merda. O, più elegantemente, passione e spietatezza.

Oggi è ancora così?

«Diciamo che oggi non vedo più il sangue.

Una sorta di anemia politica?

«Stiamo assistendo alla vittoria del tarlo. Lo Stato è tarlato. Come un tavolo che pare bellissimo, ma è destinato a sprofondare».

Ci aiuti a orientarti.

«E’ complicato. In 25 anni abbiamo assistito alla distruzione di tutti i partiti della prima Repubblica, della seconda, e della seconda e mezzo. Ma non è nato mente.

Fu lei a coniare la metafora del -circo di nani e ballerine-, riferito all’ultima assemblea del Psi. Vale anche per questo governo?

«No, adesso sono scomparsi sia i nani che le ballerine. Restano solo gli insetti».

Rimpiange il circo?

«Sì. Erano meglio loro. Nani e ballerine avevano una certa dignità».

Dunque non crede all’alleanza Pd-5 stelle?

«Non sarà mai permanente, e non sarà mai nazionale. Manca la strategia di lungo respiro. Questo governo è sostenuto per metà dal populismo, cioè roba sudamericana. Per l’altra metà da un Pd malriuscito, che ha gemmato due scissioni. Tutti cercano un’identità, in conflitto l’un con l’altro. È follia. È manicomio».

Troppo ampie le distanze politiche?

«Mi immagino tra 40 anni cosa sarà per uno storico rileggersi i verbali del Consiglio dei ministri di questi tempi. Giungerà alla conclusione che siamo tutti matti».

Però i numeri parlamentari ci sono.

«Ma è un governo di minoranza nel Paese. Le forze di maggioranza, se facciamo la tara degli astenuti, arrivano al 25% degli italiani. Dove sta davvero il Paese e cosa ci sta bollendo all’interno, nessuno può dirlo».

Il premier Giuseppe Conte si è paragonato a Craxi.

Conte è un’altra illusione che arriva dagli studi degli avvocati. Che cos’è l’arte forense, se non la facoltà di difendere tutte le cause?»

Il Pd spostato a sinistra riscoprirà gli antichi fasti?

«Il Pd si vergogna del suo passato ideologico, di cui conserva solo i comportamenti, come il centralismo democratico. Vale a dire la farsa per cui il segretario una mattina si sveglia e annuncia l’accordo con i 5 stelle. E quei poveri disgraziati del Pd in Umbria, buttati giù da Beppe Grillo, sono obbligati a obbedire.

La nuova formazione di Matteo Renzi sarà protagonista, o è solo un rumore di fondo nel fluire della storia patria?

«Più che un rumore di fondo, direi una pernacchia».

Nel senso che non durerà?

«I cantastorie durano meno della storia che raccontano. E vale per tutti.

Renzi alla Leopolda ha detto che il dovere della maggioranza è scegliere un presidente della Repubblica europeista.

«O dice una bugia, oppure ci nasconde qualcosa. Sostiene di aver cambiato idea sui 5 stelle perché bisogna scegliere il presidente giusto? E allora risponda alla domanda: questo nome è nel patto di governo oppure no?».

Lei cosa dice?

Dico che è l’imbroglio della giornata oggi funziona così. Ognuno si sveglia e dice la sua per passare la nottata.

Insomma, è già iniziata la campagna per il Quirinale?

«Prepariamoci a 15 mesi di dibattito tra sordi: tra chi cerca il candidato, e chi vuole addirittura cambiare la forma di Stato per eleggerlo direttamente. Prospettive inquietanti: come andare a fari spenti in una notte di tempesta».

Quand’è che la situazione è precipitata?

«Con lo sbocco della crisi del 2018. Cioè quando il partito del Quirinale ha stabilito che a dare le carte per il governo dovessero essere i 5 stelle».

Il partito del Quirinale?

«Certo, un partito che è sempre esistito, dalla presidenza Gronchi in poi. È stato questo partito quirinalizio a dare centralità ai 5 stelle».

Cosa avrebbe dovuto fare il presidente Sergio Mattarella?

«Tentare ogni strada, fallendo. E poi rivolgersi al Paese dicendo: sciolgo le Camere».

Un bel salto nel buio.

«Pazienza. Meglio un salto nel buio una tantum, che un salto nel buio strisciante ogni mattina. Uno strazio».

Come diceva Giuseppe Prezzolini, in Italia nulla è più definitivo del provvisorio.

«Sì, ma adesso la provvisorietà è al potere. Più che i partiti personali, dominano i partiti umorali: Renzi da socialista diventa liberale, Matteo Salvini da secessionista diventa nazionalista. Tramontate le grandi religioni politiche, viviamo la stagione degli arruffapopoli, dove l’unico legame è la convenienza».

Lo storico taglio dei parlamentari rientra in questa tendenza?

«Certo, rispecchia le due tendenze dominanti: verso il caos e contemporaneamente verso l’ordine autoritario».

Ci spieghi meglio.

«È un passo verso il caos, perché si pretende di modificare le istituzioni partendo dal tetto e non dalle fondamenta. È un passo verso l’ordine autoritario, perché scredita la funzione del Parlamento».

Mi pare di capire che non è un ammiratore della piattaforma Rousseau.

«Quella poi: il giochino delle tre carte. E questo Davide Casaleggio che si vanta: “Abbiamo consultato 80.000 persone, unico caso al mondo”. Resto di sasso. Si possono fare affermazioni più stupide?».

Anche lei suona l’allarme democratico?

«La paura è diffusa in vaste schiere dell’opinione pubblica. E la paura porta alla voglia di ordine a tutti i costi. Salvini è un’ottima sintesi di questa pulsione».

Teme davvero una dittatura vecchio stile, nel 2019?

«No, perché anche le dittature hanno salde visioni politiche, che qui non vedo. E poi i populisti al governo non reggono: esprimono rabbia, ma non riescono ad elaborare una sintesi. Oggi semmai rischiamo la dittatura dell’ignoranza».

Come ci siamo arrivati?

«Le vecchie scuole di partito sono considerate la fonte di tutti i mali. Abbiamo attinto alla società civile e alle sue categorie purificatrici: gli imprenditori, i magistrati, i giornalisti, gli scienziati, le suore, gli analfabeti. Abbiamo visto com’è finita: con Luigi Di Maio al governo».

Preferiva Silvio Berlusconi?

«No, anzi. I leader di oggi sono tutti figli suoi. E questo mentre si consumano drammi economico-sociali che l’Italia repubblicana non ha mai vissuto».

A proposito, lei è stato ministro delle Finanze con Giulio Andreotti e Giovanni Spadolini. Che giudizio dà sul progetto di manovra economica?

«Quale manovra? La manovra l’ha scritta Bruxelles. E aggiungo: per fortuna. Tutti disprezzano i vincoli europei, ma poi alla fine ci si attaccano. Sono l’unico mezzo che garantisce coesione».

Ai suoi tempi eravamo un Paese a sovranità limitata. Adesso a zero sovranità?

«Ma la cessione di sovranità è prevista dalla nostra Costituzione. Il problema è che, invece di cedere sovranità al Parlamento europeo, garantendo controllo democratico, l’abbiamo ceduta alla Commissione, cioè ai goveni».

Con quali risultati?

«Se 28 governi devono decidere all’unanimità, come vuole che finisca? Vincono i più forti: Germania e Francia. Per ristabilire la filiera democratica, occorre sottrarre potere alla Commissione. Ma per farlo, servono quei partiti forti che non esistono più».

E questo senza dire addio all’Unione?

«No, perché se sfasciamo le aree geopolitiche, qualcuno nel gioco si inserisce sempre. Prendiamo gli Stati Uniti: appena si ritirano dalla Siria, la Russia è pronta a subentrare».

Se parliamo di politica estera, finiamo sul Copasir e sul Russiagate. Nello scacchiere internazionale, l’Italia quale ruolo gioca?

«L’Italia corre il rischio di essere la puttana della situazione».

Scusi?

«Se cominciamo a stare un giorno con la Cina, un giorno con la Russia, un giorno con gli Stati Uniti, finiamo per imbarcarci in alleanze innaturali. Il nostro spazio deve restare l’Occidente e l’Atlantico. Alternative non ne vedo».

Condivide la linea dura del governo sull’evasione?

«Sono solo grida. Io penso all’evasore dentro ognuno di noi. In Italia l’evasione è di massa: persino i politici, che dovrebbero dare l’esempio, quando organizzano le feste di partito chiedono di non battere lo scontrino del pasto».

Quindi è una battaglia persa?

«Abbiamo bisogno di educazione, più che di repressione. Ricordiamoci che questo Paese si fonda sulla tradizione della confessione: si pecca tutta la settimana, la domenica ci si fa assolvere, e il lunedì mattina si torna a peccare. Non è certo con una sanzione, un Paternoster in più, che si forma la coscienza fiscale».

Cosa rimpiange di più della prima Repubblica?

«La compostezza, la coerenza tra l’obiettivo finale e il comportamento quotidiano. Si faceva magari un passo indietro: ma nella prospettiva di farne due avanti. Oggi, invece, siamo alla macchietta».

Intervista su La Verità