LA MODA DEL CIVISMO


di Aldo Potenza – Ufficio di Presidenza Socialismo XXI |

Quando la politica è in crisi si ricorre a surrogati che danno l’impressione di rimediare alle carenze della politica.

Da qualche tempo il civismo sembra essere la soluzione del problema.

Certo quando in una amministrazione comunale la politica non riesce a dare risposte alle esigenze dei cittadini, il civismo, che per definizione nella maggior parte dei casi è espressione di una convergenza di diverse esigenze, ma senza il collante di una cultura comune, può offrire la risposta necessaria per superare le carenze amministrative.

Ciò che invece lascia perplessi sono i tentativi di trasformare il civismo in partiti nazionali.

In questo caso le domande non riguardano come amministrare una comunità locale, ma quale politica estera attuare; come atteggiarsi nei confronti della UE; cosa si vuole sostenere in materia fiscale; cose si pensa dei beni comuni ad esempio la gestione delle risorse idriche; come si pensa della sanità pubblica e di quella privata; quale politica economica si intende promuovere; quali scelte si privilegiano nel campo della Giustizia e delle Istituzioni; quali orientamenti verranno adottati per sostenere la scuola pubblica; come considerare il rapporto con i corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditoriali, ecc…).

L’elenco è incompleto, ma già offre l’idea della complessità della politica che non è solo buona amministrazione dell’esistente, ma è una visione del futuro.

E senza un riferimento valoriale comune, senza una tradizione culturale di orientamento la babilonia è assicurata.

I contenitori frutto di convergenze culturalmente diverse possono servire per una gestione condominiale o per gestire, senza una autentica visione razionale del futuro che non può prescindere dalle scelte strategiche europee e nazionali, una amministrazione di una modesta comunità comunale, ma oltre questo confine resta solo una indistinta aggregazione di potere spesso velleitaria destinata, alla prima scelta impegnativa, a manifestare la propria fragilità.

LA TRASFORMAZIONE DEL CIVISMO IN ORGANIZZAZIONI NAZIONALI: UNA VARIANTE DEL POPULISMO

La moda di trasformare le organizzazioni locali in organizzazioni nazionali è cresciuta, grazie all’antipolitica, alla demonizzazione dei partiti e agli errori commessi da quest’ultimi.

La sommatoria di tante diverse motivazioni che sono alla base del civismo nato nelle istituzioni locali, ha bisogno di un federatore capace di unire le diverse insoddisfazioni in un movimento che essendo eterogeneo non si caratterizza per i principi ispiratori e nemmeno per programmi di ampio respiro, ma si affida alla guida del capo. Ad esso si conferisce il compito di sviluppare l’azione politica.

E’ un processo che purtroppo si è ampiamente sviluppato negli ultimi 30 anni anche in alcuni partiti che somigliano sempre di più a comitati elettorali.

Questa deriva compromette la funzione del Parlamento e della rappresentanza, favorisce e consolida il ruolo delle oligarchie politiche.

Si fa strada l’dea che la rappresentanza sia inutile, e ciò che resta della funzione parlamentare, grazie anche a leggi elettorali di dubbia costituzionalità, rischia di diventare una finzione democratica tradendo lo spirito e la lettera della Costituzione.

A questo proposito è illuminante l’affermazione rilasciata da Giorgetti (adesso ministro dell’attuale governo) alla “La Repubblica” il 21-8-2018 sostenendo che “il Parlamento non conta più nulla perché non è più sentito dai cittadini elettori che ci vedono il luogo della inconcludenza della politica”.. “se continuiamo a difendere il feticcio della democrazia rappresentativa non facciamo un bene alla stessa democrazia”!

Questo fenomeno, che non molto tempo fa fu definito populismo, ha bisogno di un capo a cui si affida la sorte del Paese.

Osserva Nadia Urbinati, che “il partito dal quale il leader populista può emergere, quando non ne costruisce uno suo proprio, passa in seconda fila, mentre centrale è al sua figura, nella quale le varie rivendicazioni che compongono il movimento si incarnano.

In tal modo si compromettono i fondamenti della democrazia così come disegnata dalla Costituzione e si aprono le porte alla democratura.

A questo proposito è illuminante il libro di Ece Temelkuran “Come sfasciare un Paese in sette mosse” che racconta come dal populismo si possa giungere all’autoritarismo.