VINCE IL GOVERNO DEGLI “UTILI IDIOTI”

CONTE E TRIA AVRANNO LA MEGLIO SU SALVINI E DI MATO. ZINGARETTI È LA LINEA DEL PIAVE. RINO FORMICA LEGGE LA POLITICA DI OGGI E QUELLA DI IERI DA MORO A CRAXI E BERLINGUER. CON IL SUO SPIRITO DISSACRANTE

COLLOQUIO CON RINO FORMICA DI CARMINE FOTIA

Da Salvatore Formica, detto Rino, – barese, dottore commercialista, 92 anni portati con implacabile intelligenza, una giovanile militanza trotskista che gli ha lasciato una propensione al pensiero “dissacrante”, una vita da socialista autonomista, compagno e amico di Bettino Craxi, protagonista dei governi degli anni ’80, e di memorabili liti («commercialista di Bari», lo definì con sprezzo il ministro democristiano Nino Andreatta che venne a sua volta definito «una comare come cancelliere dello scacchiere»), autore di battute sulfuree divenute celebri («la politica è sangue e merda» è un must) – non aspettatevi risposte schiacciate sul presente, o rinchiuse in ambiti ristretti anche se gli chiedete un commento su fatti di scottante attualità. Formica ama sempre partire da lontano, convinto che una politica che non sia consapevole del contesto geopolitico che la sovrasta diventi, per parafrasare la sua definizione di una pletorica assemblea socialista negli anni ’80, affare da «nani e ballerine». Così è dal contesto globale che parte quando gli chiedo lumi sul rubligate che coinvolge Matteo Salvini. «Nell’equilibrio fondato sul dominio bipolare Usa-Urss – afferma Formica, con quell’arrotamento di erre che è un marchio di fabbrica del suo complesso eloquio – il binomio guerra fredda/terrorismo caldo veniva utilizzato per mantenere l’ordine uscito da Yalta. Le grandi potenze oggi, Usa, Russia, Cina, in conflitto tra di loro, non hanno più interesse a quell’ordine e oggi il binomio è diventato terrorismo freddo/guerra calda».

Cos’è il terrorismo freddo?

«È un terrorismo fatto di servizi segreti e tecnologie al fine di compromettere governanti e classi dirigenti utilizzabili per ostacolare e destabilizzare l’unico soggetto in grado di contrastare i loro piani, cioè l’Europa. E non vedo proprio come ci si possa meravigliare del fatto che chi, come Putin, si è formato nel Kgb utilizzi i servizi non per sviluppare alleanze politiche con altre forze, ma per usarle ai suoi fini. In Italia parliamo di pezzi dell’ex-Pci, di pezzi di Lega, di pezzi di M5S, di settori economici. Soltanto un provinciale come Matteo Salvini poteva pensare di stabilire un’alleanza tra il piccolo sovranismo italiano e il supersovranismo, ovvero l’imperialismo russo. Altro che sovranisti! Sono semmai dei “provincialisti” cui mancano strumenti culturali e di analisi. Hanno rotto con la memoria storica della prima Repubblica per paura di contaminarsi, ma sono soltanto dei mediocri autodidatti che non hanno neppure avuto buoni libri di testo».

E quindi Salvini è stato catturato in una vicenda troppo più grande di lui?

«L’elemento scatenante, sia per Trump che per Putin, è il risultato delle elezioni europee. Hanno avvertito che nel Parlamento europeo è avvenuto qualcosa di nuovo, testimoniato dall’elezione della nuova presidente Ursula Von Der Leyen, che non è la semplice proiezione dell’asse franco-tedesco, perché ha coinvolto anche aree populiste che hanno compreso che anche a loro serve un’Europa più politica, più coesa, più unita per far fronte alle grandi superpotenze. Né Trump né Putin possono mettersi contro questa nuova concretezza europea e chi si è offerto loro come strumento farà la fine dell’agnello sacrificale. È capitato agli ucraini filo-russi la cui testa è stata offerta da Putin che ha aperto al dialogo. Dinnanzi al fatto concreto che d’ora in poi la destabilizzazione sarà contrastata dall’Europa, Putin e Trump sono pronti a sacrificare le teste di Salvini e Di Maio».

TRUMP E PUTIN AVVERTONO CHE L’EUROPA STA PER REAGIRE. E SONO PRONTI AL COMPROMESSO. E AD ABBANDONARE PICCOLI ALLEATI COME I LEGHISTI ITALIANI

Da dove viene questa sorta di riduzione dell’Italia a marionetta manovrata da altri?

«Dalla fine degli anni ’90 c’è un vuoto di costruzione politica che ha avuto effetti a tutti i livelli, ma soprattutto nella definizione della gerarchia degli interessi. Le generazioni politiche che sono maturate in questo trentennio e che oggi sono, potenzialmente o di fatto, classe dirigente sono portate a considerare il periodo della prima Repubblica come un periodo da rimuovere dimenticando che un paese senza una storia democratica di massa ha dovuto sostituire la partecipazione popolare per via autoritaria con quella democratica.

Nel ’43-’45 c’è una frattura: da Stato monarchico (che era diventato Stato fascista) a Repubblica democratica. I tre partiti democratici di massa: Dc, Psi, Pci che assumono la guida del passaggio erano, ciascuno a suo modo antistatali: socialisti e comunisti perché erano per il rovesciamento dello Stato e dell’ordine sociale, i cattolici per la storica estraneità allo Stato unitario».

Non avendo radicamento nello Stato liberale devono costruire una loro narrazione, si direbbe oggi?

«Uscivamo da uno Stato centralista, fascista e autoritario, le masse popolari non avevano esperienza di evoluzione. E così nasce il mito unitario: l’unità antifascista, l’unità costituzionale, l’unità della sinistra, l’unità dei cattolici. Su questa base nasce una nuova classe dirigente impregnata di cultura “unitaria” con tutto il positivo e il negativo di questa impostazione, perché la democrazia liberale porta con sé una dialettica essenziale alla democrazia: il conflitto politico tra le alternative di governo. I miti unitari sono portati a eliminare la dialettica della democrazia, perché se sei unitario devi trovare gli elementi della ricomposizione non quelli della divisione insita nella dialettica democratica».

È a questa cultura che Craxi lancia la sua sfida con il saggio su Proudhon vs Marx pubblicato sull’Espresso?


Rino Formica, Bettino Craxi e Pietro Nenni durante una riunione del Comitato centrale del Psi negli anni ’70. La sfida al Pci, dice Formica, era «ardua e impossibile»

«Quell’articolo fu scritto con Luciano Pellicani. C’era dietro l’ispirazione del pensiero di Eugenio Colorni, che nel 1945-46 pose il problema del superamento del comunismo e del massimalismo. L’autonomismo unitario portava ad essere contemporaneamente riformisti e massimalisti, schiavo com’era del motto pas dennemis à gauche e ciò frenò lo sviluppo del centrosinistra. L’Italia era un paese di frontiera il cui equilibrio democratico si fondava sul fatto che la Dc doveva mantenere l’unità politica dei catto-lici e il Pci, per evitare derive estremiste, doveva mantenere l’egemonia a sinistra. Così, tutte le forze del dinamismo innovativo, sia quelle riformistiche e gradualistiche, come il socialismo craxiano, ma anche quelle radicali, come il manifesto, rimasero schiacciate nel mezzo. Quando in un paese la situazione non si sblocca per lungo tempo, inevitabilmente prevalgono gli elementi deteriori. Il centrismo, da elemento moderatore diventa stabilizzatore e di fatto si identifica con lo Stato, e la Dc, con tutte le attenuanti e le sfumature diventa partito-Stato. Negli anni “70 mentre Moro pensa che l’inserimento delle masse popolari comuniste nello Stato sia irreversibile, per passare poi alla democrazia dell’alternativa, Andreotti invece è il teorico della reversibilità di tale inserimento, cinicamente ancorato a una logica stabilizzatrice. In sostanza la Dc si identifica con lo Stato, con appendici a destra e a sinistra».

Lei ha conosciuto anche Aldo Moro…

«Sì, lo conoscevo bene. Aveva una visione evoluzionistica della natura democratica dello stato che avveniva attraverso la cooptazione di tutte le forze, anche le più refrattarie, nella responsabilità di governo della società. La sua visione, tipicamente cattolica, prevedeva di includere attraverso il governo dei processi. Questo processo culturale viene interrotto dal sequestro nel carcere brigatista. Nelle lettere dal carcere trapela una nostalgia ma anche una critica di questa teoria. Nel senso che Moro capisce che il processo di inclusione non è automatico: ci prova anche con le Br ma non ce la fa. Con Moro finisce la fase dell’evoluzionismo creativo che ha interpreti rari: ne nasce uno ogni secolo. La morte di Moro cristallizza dunque la situazione italiana con effetti negativi sulla Dc ma anche a sinistra, dal momento che il Pci di Berlinguer non vuole imboccare la strada del revisionismo perché ciò significherebbe rinnegare le radici del partito e -” rinunciare all’egemonia a sinistra».


Aldo Moro. Secondo Formica di interpreti della politica come lo statista pugliese «ne nasce uno ogni secolo»

E Berlinguer, pur tendendo fino alla rottura il rapporto con il sistema del socialismo reale dice: non saremo mai socialdemocratici…

«Perché sa che la rottura, con la sua storia e la sua tradizione lo porterebbe a riconoscere la supremazia di un socialismo liberale, democratico, evolutivo, gradualistico. Qui comincia la sfida di Craxi, ma è ardua e impossibile perché il mancato approdo revisionistico del Pci e la debolezza strutturale dell’autonomismo conflittuale spingono Berlinguer nel moralismo e Craxi nella subalternità alla governabilità».

 

Eppure Craxi è il primo presidente del Consiglio socialista della storia repubblicana…

«L’illusione socialista è che in Italia, pur senza un atteggiamento remissivo come quello del Pcf verso Mitterrand, il Pci avrebbe comunque attenuato la sua opposizione dinnanzi a un governo a guida socialista. E invece non succede, perché il Pci, dopo la morte di Moro e la sconfitta irreversibile del compromesso storico, non ha una politica. E allora avviene la rottura, anche umana, dei fischi di Verona. E poi ci fu la morte drammatica di Berlinguer».

Qual è il suo giudizio su Berlinguer?

«Ho conosciuto Berlinguer quando era nella Federazione giovanile comunista, nel 1945. Ho sempre avvertito in lui l’antisocialismo della tradizione comunista. Non ho alcun dubbio sulla sua forza morale e sulla sua integrità, ma lui era un’integralista con una tendenza al sacerdozio, accentuata dall’influenza di Tonino Tatò e dei comunisti cattolici. L’ostilità di Berlinguer non era tanto a Craxi ma al Psi in quanto tale, perché lui aveva in testa l’idea della subalternità dei socialisti. In Berlinguer, poi, si aggiungeva la rivolta generazionale dei figli contro i padri, perché suo padre fu un importante deputato socialista. Tutti i giovani che entrano in politica lo fanno contro i padri perché in politica non esiste la continuità generazionale, perché prevale la critica del non realizzato».


Da sinistra: Claudio Signorile, Carlo Tognoli, Rino Formica ed Enrico Berlinguer ai funerali delle vittime della strage di Bologna dell’agosto 1980. Berlinguer era ostile al Psi, lo considerava subalterno», dice Formica

E Craxi?

«Craxi aveva la spavalderia tipica dei timidi. Ho conosciuto Craxi nel congresso di Venezia, nel 1959, ma lui era molto milanese quindi ci perdemmo un po’ di vista, fino al 1969 quando Craxi rompe con Giacomo Mancini cui era molto legato e forma la sua corrente. In Craxi mi convinceva la rottura dello schema dell’autonomismo unitario. Ricordo che una volta Craxi, per spiegarmi la radice della sua diffidenza verso i comunisti, mi raccontò che quando era segretario del Psi a Sesto San Giovanni, la sede della sezione socialista era nello stesso luogo dove c’erano la sede della Camera del lavoro e del Pci: una piccola stanzetta cui si accedeva dopo aver attraversato le innumerevoli stanze del Pci e della Cgil… In molte zone, nei comitati di liberazione il rappresentante socialista veniva messo lì dai comunisti. Lo stesso Luciano Lama, allora segretario socialista della Camera del lavoro di Forlì, nel 1946 votò Pci, e c’erano alti dirigenti socialisti che avevano la doppia tessera. Ma questo non era vissuto dai nostri compagni come qualcosa di ostile, bensì come frutto del famoso spirito unitario».

Torniamo all’oggi. Qualcuno ha paragonato Renzi a Craxi

«Renzi e Craxi avevano in comune dinamismo, aggressività, velocità, ma la differenza è che il primo è condizionato da una visione provinciale mentre il secondo aveva una visione sovranazionale: l’uno, con tutto il rispetto, è figlio di Rignano, l’altro era figlio di Milano».

Cosa pensa del Pd di Zingaretti?

«È una risposta da minimo comun denominatore per un partito che nel giro di qualche anno ha perso il 40/50 per cento dei voti, una sorta di linea del Piave. Però dopo ci può essere Vittorio Veneto o una nuova Caporetto. Il Pd è troppo piccolo per aspirare all’alternativa da solo, troppo grande per non tenerne conto. Il problema non è un intrigo da corridoio dei passi perduti con il M5S, sperando nei deputati che sanno che non saranno rieletti in caso di elezioni anticipate. Il problema è come si approfondisce la crisi politica sia nella Lega che nel M5S la cui alleanza rischia di portarci all’Albania di Hoxha, a furia di assistenzialismo a debito. Un sistema che non produce non distribuisce».

“La politica è sangue e merda” è forse la sua battuta più celebre…

«La politica non è fatta per le damine, perché c’è in ballo la gestione del potere. E cos’è il potere se non punire e assolvere (non in senso giudiziario), cioè penalizzare o gratificare gli interessi, intervenendo sull’esistenza delle persone? È passione e ragione. Chi entra in politica deve sapere che è esposto a tutti i venti e a tutte le intemperie. È lo sport più violento che ci sia perché mette in gioco tutto. Ovviamente più sei fondamentalista più spietato diventi. La lotta politica deve avere un limite nella tolleranza».

Le sue battute al tempo di Twitter spopolerebbero…

«La semplificazione deve essere figlia di un pensiero, se invece è frutto di una semplice volontà propagandistica è cosa diversa».

Cosa le è rimasto del suo giovanile trotskismo, una componente storicamente minoritaria?

«Il principio formativo più importante è che nella politica non c’è sacralità. La dissacrazione è un valore perché la realtà va disgregata per comprenderla. La realtà intesa come un corpo unico porta alla fossilizzazione. Tutti i crimini avvengono quando si accetta la realtà così com’è. Nel ‘900 c’è stata la tragedia del real-socialismo, oggi quella del real-liberismo».

Concludiamo tornando all’inizio della nostra conversazione: quali effetti avrà il rubligate sul governo?

«Non credo a nuove elezioni a breve, ma la “logistica” del governo è saltata. Mi spiego: il governo era composto da tre sub-governi: quello degli “utili idioti”, Conte-Tria-Moavero, burocratici interpreti del sistema ma senza consenso; quello del M5S, forza che si autodefinisce “fuori dal sistema”, che ha il controllo della maggioranza del governo e dei ministeri economici, ma non ha più la maggioranza dei consensi; quello della Lega che è forza antisistema, in crescita elettorale e controlla il ministero dell’Interno, che però è l’agnello sacrificale designato. Ciò porta all’autoparalisi del governo e al prevalere del sub-governo degli “utili idioti”, non per loro forza autonoma ma perché essi possono navigare nel nuovo momento della politica europea». 

NEL ‘900 C’È STATA LA TRAGEDIA DEL SOCIALISMO REALE. OGGI VIVIAMO QUELLA DEL LIBERISMO REALE. MA I NOSTRI LEADER SONO TROPPO PROVINCIALI

 

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